13 maggio 2002, 08:56 | racconto (doc 26, ver 3) di sullof

I cappotti neri
di Duilio Arcante

I cappotti neri sono fiabe scoscese e virate impure come aliti fragorosi. Il tabù vissuto con sacro e patrio vigore, nell'intreccio fisiognomico iniziale dei trench antropofagi. I cappotti neri suscitano remore abrupte e schive nel morbo atletico dell'innamorato obeso. Così neri adombrano incredibili corpi di donna o celano sbiadite fiaccole piramidali. Il viso giostrante collima la diabolicità argentina e brillante col sudore macabro e filiale dell'uomo. Il mio spolverino amaranto s'illumina d'immenso, ma l'impiastro sgocciola momenti eterni d'imbarazzo folgorante, schiavo del grappolo di vicende storiche che mi legano logisticamente alle vie che calpesto. I cappotti neri avvolgono, coprono, vivono, volano, vengono, ridono, piangono, urlano, s'innamorano, si struggono e muoiono. Le donne e i loro cappotti neri. Torvi e quasi madidi di vita sinuosa, a vertice nudo, impassibili ai tormenti goliardici pre-d'annunziani, ai ricordi mistici di Svevo. Le misere scarpe del pazzo cogli occhiali d'oro che ricalca la sabbia di spiagge fuse nei meandri del demoniaco ventre di una donna liquida; il suo livore immanente o la tragicomica pantomima dionisiaca. L'ancestrale spolverarsi di spesse spalle spaurite e spaesate si spegne di spurie spose spinte a sporche spuntate di spada o a spilorci spicchi di specchio. I cappotti neri ardono nel loro complimentarsi reciproco, nel tessuto ibrido del logicizzarsi futurista, privo di qualsivoglia tendenzialità siderea. Il mantello e i campagi ai piedi; poi la castrante Cassiopea e la catabasi genetica. Vibranti nell'evizione parietale, partoriente profano e divino, i nastri colorati fra i capelli colmano di storia la prosopografia dei cappotti neri, a volte truanti a volte apocrifi, nell'ignominia temporale. Le loro uliginose proprietarie mi sconvolgono, così dolci e umifere, adorabili nell'uria di un fulgente domani. Io amo il loro marconigrafato andare o l'undante e sinuoso sbocciare di gambe rugiadose e perfette nella loro apparente imperfezione. Gambe che si chiudono e schiudono sul mellifero triangolo vitale: l'umida rimula della passione. Nella mia fengofobia cerco un buio ferigno ma impalpabile, feniceo che mi tolga alla parangaria universitaria. I cappotti neri mi danno vita togliendomene ogni giorno. Soffro il loro passaggio incauto e silente o sonoramente chiassoso. Vorrei dare amore a tutti i cappotti neri, a tutte le donne che li riempiono, a tutti i cuori che s'impennano nel battere quotidiano, nel desueto commuoversi, felici di un filo. Ma tutto ciò è ricubabile nell'esecrabilità dell'andazzo devesso della nostra vita incastrata fra valori idioti o costrizioni corali che scovano il corculo selvaggio per ucciderlo. I cappotti neri sono la vita e la vita ama le donne dai cappotti neri.
Oggi vive l'improprio che si erge a proprio.


Questo testo, apparso su Il Tentacolo numero 2 del 30 gennaio 1989, anticipò la direzione che il foglio avrebbe seguito per i diciotto numeri successivi, fino alla conclusione dell'avventura.

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Riferimenti:
Il Tentacolo
(doc #18 di sullof | 11 maggio 2002)

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