12 maggio 2002, 10:01 | racconto (doc 22, ver 2) di sullof
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Incubo notturno di Salvo Rocchetti E' bello tornare ogni tanto nell'università che ci ha laureati tanti anni fà. Ci si ritrova un pò spaesati ma intimamente felici (chissà poi perchè!) di ritrovare qualcosa di familiare in tutto ciò che ci circonda. Certo non è facile trovare qualcuno che ci riconosca, con il quale scambiare quattro chiacchiere; ma tant'è, eravamo consci dei rischi che avremmo corso. Ci si sofferma sui muri ricoperti di vecchi e logori slogans, ci si incammina emozionati lungo il vialetto che porta alla venticinque, ci si sazia della fresca aria mattutina, si osserva lontano l'amato e sognato Pollino (chissà se lo visiteremo mai). Poi, inevitabilmente, incrociamo gli studenti. Quanta tenerezza! Sguardi assenti o allibiti o arrabbiati di occhi sempre più chiari. Qualche mano nella mano. Le corse per non perdere l'autobus. Le corse per mangiare prima. Le corse per fuggire dall'odore di gesso. Mi tornano in mente tante cose. Forse ho anche un po' di nostalgia. Dopotutto però non posso lamentarmi: mi sono fatto una posizione, ho un discreto stipendio, una brava moglie, un figliolo che è una gioia, il destino ha voluto che non rimanessi qui, l'Università s'era stancata di me. Ripenso subito a loro. Non posso andarmene senz'aver parlato con qualcuno; sono troppo emozionato ma devo farlo. Punto un gruppetto, mi avvicino, parlo, mi rispondono. Di cosa ho parlato? Di cosa mi hanno parlato? Non ha più importanza. Non serve a nulla sforzarsi di ricordare. E' meglio fuggire da questa immane tragedia.
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