12 maggio 2002, 10:01 | racconto (doc 21, ver 3) di sullof
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Polpi calamari e seppie di Duilio Arcante
Il cielo in una stanza può essere di molti colori, ma può anche non esserci, anzi di solito non c'è; del resto, a volte, possono persino scomparire le pareti sostituite da improbabili alberi. Un idiota potrebbe ridere di tutto ciò, ma chi altri? Gino Paoli ed il cielo, no di certo; forse il mare sì, coi suoi trascorsi burrascosi e le tempestose cime di vascelli fantasma.
Gengis Khan era un prode condottiero, ma i mongoli non frequentano quest' Università di periferia. A volte mio padre mi racconta di quanto era difficile trovare un bel vestito della festa ai suoi tempi, quand'era giovincello e c'era la guerra. Io un po' me la prendo perchè anche noi siamo in guerra, solo in un modo diverso.
Il mare si erge a padrone solo al tramonto, quando è difficile a distinguersi il salto del delfino fra le onde. E' un signore distratto che lascia i ricordi al vento, o nei fondi di oblunghi portacenere laccati. Il mare mi ricorda il mio arrivo e la mia dipartita. L' Università: un SOGNO! Qui sono cambiato, ho perso qualcosa di bello: la purezza idealistica, lo splendore dell'ingenuità. Il mare Ateneus mi ha tramortito con onde violente e silenziose, con soprusi sottili e ricatti e mille tentacoli mi hanno avvinghiato e stordito, e distratto il mio cuore dal primo desiderio di scienza. Il mare Uddiccì si è scagliato contro di me che volevo solo studiare e mi ha cambiato. NON VOGLIO PIU' STUDIARE ADESSO! Il mare è uno scherzo di pessimo gusto, ma il mio tentacolo vive di una forza vibrante, ora voglio solo giocare.
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